Si può configurare lo stato di abbandono con conseguente adottabilità dei minori se la madre si relaziona con i figli solo con il rimprovero

Si può configurare lo stato di abbandono con conseguente adottabilità dei minori se la madre si relaziona con i figli solo con il rimprovero  

Cassazione, ordinanza n. 23802 – 2 settembre 2021

La vicenda esaminata dai giudici della Suprema Corte si riferisce ad una decisione della Corte d’Appello di Palermo che aveva rigettato l’impugnazione proposta dai genitori avverso la sentenza del Tribunale per i Minorenni di Palermo che aveva dichiarato lo stato di adottabilità di tre minori. “La Corte d’Appello di Palermo”, si legge nell’ordinanza della Corte di Cassazione, “a sostegno della decisione impugnata, condividendo le statuizioni di primo grado, ha ritenuto che le risultanze istruttorie erano inequivoche e che sussisteva il rischio che lo sviluppo psicofisico dei minori potesse essere gravemente e irreversibilmente pregiudicato; che la relazione del 16 dicembre 2013 degli operatori della comunità (OMISSIS) aveva messo in evidenza che i minori provenivano da una ambiente familiare non tutelante e che, dopo un anno dall’inserimento in comunità, le difficoltà dei minori si erano lievemente attenuate.

I giudici di secondo grado, inoltre, hanno affermato: -con specifico riferimento all’ A., che la madre era incapace di prendersi cura dei propri figli e specificamente di accudire la più piccola, S., e che si relazionava con loro solo con il rimprovero, senza ascoltare i loro bisogni e mostrava un atteggiamento svalutante durante le visite, inficiando così il lavoro svolto dagli operatori sui minori e incidente sulla autostima della figlia De.; la stessa, oltre a squalificare il marito davanti ai figli, non si rendeva conto delle gravi crisi respiratorie delle figlia J.; la stessa, dopo la nascita di Cl. il (OMISSIS), avuta dalla relazione con il convivente Cr.Gi., non si era più presentata agli appuntamenti fissati dal Consultorio e nel riprendere i contatti, continuava a non ammettere le proprie carenze genitoriali”.  Con riguardo al padre “che lo stesso, inizialmente, si era reso irreperibile e che aveva dimostrato di non sapere instaurare con i figli un valido rapporto, tanto da non venire percepito come persona autorevole e che diverse volte non si era presentato alle visite, senza avvisare, con ciò confermando il suo disinteresse alla cura e all’assistenza dei bambini; egli non reagiva a comportamento della moglie, che lo squalificava davanti ai figli e nemmeno alle offese proferite dai figli stessi.”

Sottolinea poi la Suprema Corte che: “è utile ribadire, al riguardo, che dovendo tutelarsi esclusivamente l’interesse del minore, la valutazione della situazione di abbandono, quale presupposto legittimante la declaratoria del suo stato di adottabilità, impone di avere riguardo, piuttosto che ai comportamenti di ciascun genitore, alle possibili conseguenze sullo sviluppo psicofisico della personalità del bambino, considerato non in astratto, ma in concreto, cioè in relazione al suo vissuto, alle sue caratteristiche fisiche e psicologiche, alla sua età e al suo grado di sviluppo, mentre l’età dei genitori o il livello di maturità o la consistenza intellettiva o cognitiva non rivestono, da soli, ai fini della suddetta valutazione, una specifica rilevanza (Cass., 8 novembre 20132, n. 25213).

In poche parole, il diritto del minore di crescere nell’ambito della propria famiglia d’origine, considerata l’ambiente più idoneo al suo armonico sviluppo psicofisico, è tutelato dalla L. n. 184 del 1983, art. 1 nel senso che il giudice di merito deve, prioritariamente, verificare se possa essere utilmente fornito un intervento di sostegno diretto a rimuovere situazioni di difficoltà o disagio familiare; e, solo ove risulti impossibile, quand’anche in base a un criterio di grande probabilità, prevedere il recupero delle capacità genitoriali entro tempi compatibili con la necessità del minore di vivere in uno stabile contesto familiare, è legittimo e corretto l’accertamento dello stato di abbandono (Cass., 27 settembre 2017, 22589; Cass., (Cass., 23 gennaio 2019, n. 1883, citata) e, nel caso di specie, la Corte di appello ha fatto corretta applicazione dei citati principi.”